Roma – L’Italia rischia di perdere 4mila chilometri di costa bassa e sabbiosa se non applicherà presto una politica efficace di contrasto all’erosione e all’allagamento delle aree costiere della penisola. L’allarme è stato lanciato da Edi Valpreda, ricercatrice dell’Enea, nel corso di una sessione nell’ambito della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici in corso a Roma al Palazzo Fao.
L’innalzamento del livello del mare e l’acuirsi dei fenomeni estremi come le mareggiate aggraveranno in maniera significativa i problemi che già affliggono gli ambienti marino-costieri. In particolare, alcune aree costiere depresse (sono circa una trentina per un totale di 1.400 km) potrebbero essere inondate e tutte le aree basse, circa 3.500 km, potrebbero subire problemi legati all’erosione costiera e alle infiltrazioni di acqua salata nelle falde costiere di acqua dolce, con conseguenti danni alla biodiversità delle zone umide marino costiere.
“I cambiamenti climatici sono inevitabili e quindi l’adattamento è necessario e urgente – spiega la ricercatrice dell’Enea – soprattutto nelle zone costiere italiane dove l’erosione e l’allagamento sono già ora fenomeni di impatto rilevantissimo, infatti oltre il 40% dell’attuale costa bassa sabbiosa italiana è in erosione. L’incremento degli eventi di tempesta, dell’intensità delle piogge, insieme al sollevamento del livello del mare creano condizioni di rischio potenziale per tutti i 4mila km di costa bassa e sabbiosa italiana”.
Uno scenario che avrebbe ripercussioni non solo dal punto di vista ambientale, le spiagge italiane sono un patrimonio di bellezza paesaggistica unico al mondo, ma anche dal punto di vista delle ripercussioni sul movimento turistico che potrebbe scontare il danneggiamento delle aree costiere.
Le opzioni di mitigazione e di adattamento per contrastare il fenomeno causato dai cambiamenti climatici richiederebbero investimenti iniziali enormi, circa 2 mld di euro, nonchè l’impiego di quantitativi di sedimenti per ripascimento dell’ordine di 150-200 mln di metri cubi iniziali, senza contare i quantitativi necessari alla conservazione degli interventi.
Una soluzione alternativa, certamente meno costosa e se vogliamo più ‘naturale’, potrebbe essere l’utilizzo delle dune costiere costruite da sabbie trasportate dal vento, che vengono ‘restituite’ alla spiaggia aggredita dal mare nei momenti di crisi, ad esempio dopo una mareggiata. “Le dune – dice la ricercatrice Enea – oltre a essere un importante habitat e un elemento di biodiversità, contengono falde di acque dolci che agiscono come baluardo all’ingresso delle acque salate marine nelle falde costiere”.
“Nel contesto italiano le dune costiere sono invece percepite o come habitat da proteggere, impedendo l’uso delle zone in cui si trovano o come elemento di fastidio alle attività e quindi da eliminare. Non esiste una legislazione adeguata nè a livello nazionale nè europeo. Ne risulta – conclude la Valpreda – che stanno sparendo per opera di ruspe che spianano le spiagge per far posto a stabilimenti balneari e vari tipi di infrastrutture”.
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